luglio: 2015
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PRESENTAZIONE

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Consegnare al pubblico una nuova edizione del festival è sempre motivo di sottile piacere.  “Non deve, chi da, ringraziare che chi prende abbia preso?”, diceva Zaratustra, e noi vi siamo anticipatamente grati per la partecipazione, vitale e nutrita, a questa nuova estate di esplorazione polverosa dell’uomo, della terra e del mare.  Sì, il mare, che in più occasioni quest’anno si farà sentire: Odisseo, Murubutu, Solera, il migrante Bandini, il caicco,… Ecco perché la foto scelta per il manifesto, partendo da tetti di terracotta, prosegue sugli orti e, prima di finire nel cielo, passa sopra il mare. Mare e montagna, colline e castelli, ville e centri storici: questa bella geografia della Marca, coi cinghiali in spiaggia, i gabbiani a Barchi, la salsedine sulle vigne e gli olivi in sassonia. Ma andiamo con ordine.

La prima novità è che abbiamo perso un pezzo di motore, temo per sempre. La Provincia – a cui va il merito di aver commissionato il festival, nel remoto 1992 – dopo tanto sfiorire, si è estinta. Fine di una fertile collaborazione, e difficoltà economiche in più per noi.  Ma ci siamo abituati, e sappiamo di poter contare sul vostro appoggio, vero? Ora entriamo nel merito dei contenuti.

Le conferenze, ossatura del programma, offrono tanti spunti di riflessione. L’autenticità del cibo e il rapporto uomo-natura-agricoltura-cultura sono un nostro interesse primario (Gino Girolomoni docet), che trova voce nelle relazioni di Fabio Picchi, chef appassionato e vernacolare, che quando dice “cucina della nonna”non fa retorica ma pratica. Michele Lapini racconta l’ossimoro di genuino-clandestino, degna conseguenza di un mondo sottovuoto. Raul Alvarez ha toccato con mano il risveglio della terra, e sa cosa sono gli eco villaggi. Trionfi Honorati e i promotori della canapa si battono per riabilitare una pianta incredibilmente generosa e banalmente ostracizzata. Maurizio Pallante, spina nel fianco del delirio turboconsumistico, non critica solo, ma propone e prospetta. Picciafuoco, Di Salvio e Bottero, architetti esenti dal delirium cementitium,  spiegano come la buona architettura urbanistica sia un dialogo con la natura, non un antagonismo. Loretta Stella, silvestre come poche,  mentre cammina si piega a terra e ti fa assaggiare il sapore autentico delle piante. Altro filone tematico è quello della forza della letteratura, alta o bassa che sia. Marco Missiroli, già pluripremiato seppur ancor giovane, con la sua scrittura tiene in equilibrio tutti gli estremi dell’umano vivere, con lieve profondità.  Antonio Pascale, con sagacia e salacia, partendo dall’arguzia popolare di Troisi, analizza questi nostri tempi un po’ finti. Dacia Maraini ha sempre fatto della scrittura una pedagogia più che un intrattenimento, e dialoga con la platea senza infingimenti.  Laura Pariani aggiunge voce e riflessioni commosse a quanto De Andrè cantava con la guerra di Piero, mentre Emiliano Visconti completa gli orizzonti di guerra con le canzoni antimilitariste. Più giornalistica è la testimonianza di Gianluca Solera, che il Mediterraneo antropico lo conosce davvero, ed è da una vita che, armato di penna, non si rassegna alle ingiustizie.   Paolo Crepet va dritto al cuore del vivere umano: la ricerca della felicità, e le fatiche che ne deriva. Piergiorgio Odifreddi, con la pacata acutezza che lo contraddistingue, ci presenta le curiose singole particolarità dei numeri, che lungi dall’essere aride quantità, hanno una personalità e un mondo di relazioni; da non credere!

I concerti sono la parte saporita del programma, quella dell’emozione fisica in senso lato. I Sacri Cuori sono il viaggio a occhi chiusi, su una geografia scritta sul manico di una chitarra col riverbero. Giuliano Dottori è un cantautore di razza, contano le parole, sì, ma le sue arie scorrono via tra i capelli che è un piacere. Paolo Spaccamonti non ha bisogno della parola, comunica solo attraverso la chitarra, e con eleganza, entra in tutti gli spazi sonori che la sperimentazione permette.  Espana Circo Este è un fuoco d’artificio colorato, antidepressivo e riabilitante per chi è paralizzato dalle fisime. Espana Circo Este=mc2.  Bocephus King è cavaliere di quel post-country-rock-blues di chi non invecchia mai. I Fonorà hanno una missione da compiere: spezzare reni e ginocchia a tutti i tarantolati e mandarli a dormine sdrenati e contenti. Murubutu ha una missione più difficile: si può rappare senza tatuaggi, astio e intossicazione cronica? Possono un genitore e un figlio adolescente andare a un concerto rap e goderne entrambi? Provate e vedrete. Josephine Foster invece ha gioco facile: ha già il pubblico ai suoi piedi, sedotto dal luogo, a cui si aggiunge la seduzione della sua voce, bionda e cristallina.  Le musiche di Francesco Burrai sono una prerogativa del festival. Che Ville e Castella è se non ci sono questi spazi di volo planante! No, la new age è un’altra cosa, non confondiamo! Pablo Pelaez è il pianista che cercavamo, sensibile, avvolgente, colto, narrativo, che sa apprezzare il vuoto tra le note e lascia spazio al silenzio della notte dei grilli.  L’hang di Leonardo Trincabelli è il suono che cercavamo, argenteo e viscerale ad un tempo, per tornare nella acustica della nostra chiesa preferita. I Dissoi Logoi  scendono da Milano per salire sul Catria, per scendere attraverso i boschi fino al mare e risalire sul carro del sole, per poter scendere sul pubblico disteso sui sacchi a pelo, mentre si guarda tutti insieme a oriente, verso l’alba.

Se non è concerto allora è narrazione, racconto, parola e gesto, insomma teatro, con grandi protagonisti della scena italiana. Ascanio Celestini, Davide Enia, Dacia Maraini e Federica di Martino, Sandro Fabiani, con la sola parola, o poco più, presentano storie dall’alto tasso emotivo, lontane ma che diventano vicine a noi, si appiccicano alla nostra pelle, e ci bloccano sulla sedia, sul prato o sulla balla di paglia che sia, fino a che le luci non ci riaprono gli occhi. E perché non il cinema allora? Il risveglio della terra è un film-documentario da far vedere anche a scuola ai ragazzi, convinti come sono che non ci siano alternative al fast-world. Il viaggio della sposa sembra finto invece è vero, tutto vero, e anche questo a scuola ci starebbe proprio bene, per uscire dall’ovvio “noi e loro”. Le opere di animazione di Simone Massi sono veri gioielli di arte figurativa e ricerca di senso. Incredibile come semplici tratti di nero su fondo bianco possano commuovere!

Ville e Castella come festival è nato per esaltare i  luoghi, che sono determinanti. Quali le novità in questa edizione? All’aeroporto di Fano non pensavamo mai di finirci, ma il club Bartolagi ha talmente insistito che la loro passione andava premiata, e poi chi vola ci è simpatico per attitudine. Il bel castello di Saltara mancava dal cartellone dagli anni ’90, eppure il festival è nato qui. Torniamo alla genesi. Candelara è un altro castello vitale e ben curato che ha i bastioni a favor di tramonto. Cena con panorama garantito. Il santuario di Spicello, a San Giorgio, un tempo spoglio e dimesso, oggi ha un grande parco fresco e curato, e abbiamo subito raccolto l’invito. Infine due nuove strutture private, gestite con gusto e passione, ben inserite nella natura e nella cultura dell’entroterra. La Locanda la Breccia, col pratone che guarda al mare e la cucina che guarda al cuore. Valdericarte, che del suo essere sperduta tra i monti ha fatto il suo punto di forza, con una creatività gioiosa e coraggiosa. I castelli di Sant’Andrea di Suasa, Mondavio, Barchi e Mondolfo sono ormai in simbiosi con lo spirito del festival, sempre fedeli compagni in questi anni di ripensamenti. Grazie. S.Costanzo ha rotto gli indugi e si è unito a noi con la sua piazzetta all’ombra del teatro. Benvenuto. Tornare alle Cantine Terracruda è sempre un piacere, e ora ci spingiamo tra i filari per sentire l’origine dell’odore del vino. Sul caicco Regina Isabella gli odori della rustita di pesce si miscelano alla brezza marina e alle note fluttuanti. Come rinunciarci. La chiesa di Santa Maria delle Stelle, a Monte Martello, l’abbiamo letteralmente riscoperta lo scorso anno… e come fai ad abbandonare un posto con un nome così! Montebello è la nostra casa elettiva, ci si arriva sempre con le lacrime agli occhi e si va via col cuore più sazio. La costruzione del teatro di paglia non è un vezzo, ma un omaggio al grano, un tributo alla cooperazione, uno slancio dell’immaginazione e una necessità del corpo. Venite e vedrete. E chiudiamo il festival non con un tramonto ma con un’alba (che è tutto un dire), e partiti dal mare, piano piano torniamo ai monti, dalle cui cime è tutto più chiaro, dentro e fuori di noi.

A voi, che siate alpinisti o marinai, viaggiatori del lontano  o del prossimo, migranti della vita o esuli volontari, a tutti voi  …. buona estate

 

Nino Finauri